IL CONGRESSO


Regìa di Art Folman con Robin Wright, Harvey Keitel, Paul Giamatti, Danny Huston

Un’attrice quarantaquattrenne – Robin Wright, nel film impersonante se stessa, e in effetti esistono affinità tra il personaggio e l’attrice reale, definita dal regista, in una intervista, come “bellissima e triste” – trovandosi sul viale del tramonto professionale anche per le scelte compiute in passato – se più coraggiose o più capricciose non ci è dato comprendere – avendo rifiutato più volte offerte di lavoro a lei non gradite (in base a un codice suo personale: niente film di fantasy, niente film su nazisti e lager), si vede proporre da un tycoon dell’industria cinematografica – Danny Huston – un’offerta di lavoro che è al tempo stesso un ricatto e un ultimatum.
Si tratta di vendere per sempre la propria immagine alla Miramount, major hollywoodiana, la quale provvederà a scannerizzarla in formato digitale, ottenendo un’immagine virtuale di lei, opportunamente ritoccata in versione perennemente giovane, sfruttabile in qualsiasi film la Casa decida di farlo, con annesso divieto di ogni impiego futuro del proprio corpo reale di attrice. La protagonista, dopo il primo sdegnato rifiuto, grazie all’opera di convincimento del suo agente cinematografico – Harvey Keitel – e a causa delle difficoltà della sua vita privata (tra cui un figlio malato, a seguire i problemi del quale dedica molto del suo tempo), firma il contratto e si sottopone al processo di scannerizzazione.

 

Fin qui il film, ottimamente recitato e narrativamente intrigante, procede sui normali binari di una fiction fantarealistica, proponendoci una tematica di indubbio interesse, legata ad argomenti di incombente attualità. Ma ecco che, giunti quasi a metà proiezione, la storia fa un balzo a vent’anni dopo e il film ci trasporta in un mondo artificiale, a cartoni animati, realizzati in parte con tecnica a disegni tradizionali, in parte con la tecnica della motion capture delle azioni di attori reali.
Il risultato, a livello figurativo, è incontrovertibilmente suggestivo, a tratti affascinante, né poteva essere diversamente, dato che autore del film è quell’Art Folman che ha mietuto premi internazionali con il precedente Valzer con Bashir e per questo film ha vinto l’European Film Award come miglior lungometraggio di animazione.
Siamo così bombardati dalle immagini di un mondo parallelo, ipercolorato, in stile pop e surreale, tra paesaggi lussureggianti e città futuristiche all’interno delle quali allignano fiori giganti, abitate da dèi e semidei della mitologia, insieme a divi di oggi e celebrità varie digitalizzate, mentre nel cielo aeroplani si librano in volo sbattendo le ali a mo’ di uccelli. Un paesaggio, insomma, che ha molto dell’allucinazione lisergica, e infatti riporta spesso alla mente le immagini psichedeliche del sessantottino Yellow Submarine dei Beatles animato da George Dunning.
A parte qualche forse eccessivo compiacimento allucinatorio, tutto bene, dunque?
No, purtroppo c’è un punctum dolens. Vale a dire che il senso della narrazione si smarrisce nei meandri psichedelici della storia. Non è facile, tra dispersioni citazioniste (compreso una specie di remake del finale del Dottor Stranamore), incongruenze, complicazioni narrative e digressioni apparentemente immotivate (non escludiamo che, in visioni successive, un senso possa venir reperito, ma è ben arduo a un primo impatto), non è facile, dicevamo, rinvenire un coerente bandolo della storia.

 
Sapendo che il film è liberamente tratto dal romanzo del 1973 Il Congresso di Futurologia del polacco Stanislaw Lem (autore del noto Solaris, da cui Tarkovkij ha tratto ispirazione per l’omonimo film) – romanzo che non conosciamo ma che apprendiamo essere un’allegoria orwelliana del controllo delle menti da parte del sistema comunista, qui nelle sembianze di una dittatura chimico-farmaceutica sudamericana che imbottisce le persone di farmaci – possiamo capire che la Robin Wright digitalizzata si reca a un Congresso, di cui sono ospiti altri divi scannerizzati insieme a personaggi importanti del suo presente e del suo passato, ugualmente in digitale, nel quale verrà presentata una pillola in grado, grazie a una nuova formula chimica, di fare assumere nuove e diverse identità agli umani digitalizzati, così destinati a una continua metamorfosi eterna e alla perdita definitiva di un’identità propria. Scontati, dato l’assunto, il tentativo di ribellione della protagonista e la sconfitta finale.
In conclusione, possiamo definire il tutto come la metafora di una società dominata dagli psicofarmaci e abbrutita dal desiderio diffuso di essere celebri ed eternamente giovani. Resta il fatto che l’amalgama tra le due parti del film appare poco riuscito. Come pure è un fatto che, ciò non ostante, vale comunque la pena di lasciarsi irretire in questo confuso ma affascinante viaggio onirico dentro la psiche umana.

ROBERTO MARCUCCI

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