LE WEEK-END


Regìa di Roger Michell Con Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum Sceneggiatura di Hanif Kureishi

Non è certo un caso se in Le Week-End viene citato due volte “Bande à part”, tra i film di Godard ante-68 forse il più libero, il più rapsodico, il più “art pour l’art” (e comunque il più omaggiato dai cineasti negli ultimi anni, basti ricordare la corsa attraverso il Louvre ricostruita da Bertolucci in The Dreamers, nonché il fatto che Tarantino abbia battezzato “A Band Apart” la sua Casa di Produzione cinematografica). La prima volta la citazione avviene in forma di inserto filmato trasmesso dalla televisione. Successivamente, la stessa scena è riprodotta in carne ed ossa dai due protagonisti e dal deuteragonista nel finale del film. Ciò premesso, riservandoci di tornare in seguito sull’argomento, veniamo invece alla trama del film.

Nick e Meg (Jim Broadbent e Lindsay Duncan, brevissimi e empatici), lui professore universitario alle soglie della pensione, lei insegnante liceale, sposati da trent’anni e con due figli ormai adulti, si recano a Parigi per un week-end nel quale rivisitare gli itinerari romantici – a partire da Montmartre e dal Sacré-Coeur – legati alla loro luna di miele di tanti anni prima. Appare scontato che le cose non siano più quelle di allora, a cominciare dall’alberghetto che li ospitò e dal quale fuggono immediatamente per approdare nella suite di un lussuoso hotel dal costo evidentemente sproporzionato rispetto allo stato delle loro finanze. Poco importa, malgrado le prudenti riserve di Nick la volontà di Meg si impone e la coppia vi prende alloggio.

 

Così, a questo punto, a noi spettatori appare ormai manifesta la differenza caratteriale tra i due. Da una parte lo spirito anarchico, ancora “giovane” di Meg, dotata di un caustico humour e di notevole intraprendenza, dall’altra la stanchezza esistenziale di Nick, preda dell’amara sensazione di essere uno sconfitto dalla vita, costretto oltre tutto dal rettore della facoltà a un pensionamento forzoso a causa di una risposta non “politicamente corretta”  da lui fornita alla domanda di una studentessa nera.

Inizia quindi il girovagare di prammatica per le vie del centro, tra bistrot e mercatini, musei e librerie, caffè e ristoranti, peregrinazioni durante le quali assistiamo a brevi scambi d’affetto tra i due, alternati a più frequenti e più consistenti momenti di tensione, col rinfacciamento reciproco delle tante amarezze e delusioni della vita in comune.  Anziché i sogni e la magia del loro amore giovanile, la non più romantica Ville Lumière richiama alla mente della coppia il ricordo dei sacrifici, delle frustrazioni, dei compromessi che hanno segnato la loro vita in comune.

Dopo la fuga avventurosa da un ristorante – sempre su iniziativa di Meg  – per non pagare il conto della cena troppo caro, dopo qualche poco efficace e poco convinto tentativo di risuscitare la fiamma erotica tra i due (ma anche qui diremmo che la responsabilità dello scacco sia più di Nick che di Meg), sarà l’incontro fortuito con Tom Morgan (Jeff Goldblum, che abbiamo visto protagonista di tanti film, a cominciare dalla Mosca, ma ci piace qui ricordarlo come uno dei post-sessantottini delusi del Grande Freddo), sarà l’incontro, dicevamo, con Tom, economista di apparente successo, compagno di studi universitari di Nick, a far deflagrare la crisi.

Tom vive a Parigi con una moglie molto più giovane, ha appena pubblicato un libro e per festeggiare l’avvenimento ha organizzato un party nel suo appartamento upper class, al quale invita la coppia in gita. L’ambiente è molto radical-chic, in verità poco attraente, ma l’ideale per rievocare i trascorsi politico-contestatari dei due amici, i cui  successivi percorsi professionali sono stati assai differenti e i cui odierni stili di vita appaiono quanto mai incompatibili. Come reazione alla cartina di tornasole del party, il carattere dei tre personaggi si manifesta in tutta chiarezza. Di Tom conosciamo il patetico bearsi del proprio successo, la fiducia in se stesso riconquistata grazie alla giovane compagna in adorazione del suo genio, ma conosciamo anche il rapporto di non-comunicazione col figlio adolescente e il tarlo sotterraneo della nostalgia per un passato di illusioni e di fede palingenetica. Di Meg conosciamo il rimpianto per una capacità di estroversione – comunicativa ed anche amatoria – sacrificata sull’altare della solidità monogamica del rapporto di coppia, e che ora la spinge a un innocuo flirtare con l’affascinante quarantenne incontrato fra gli ospiti della festa. Di Nick conosciamo il passato di “contestatore” (del resto già lo avevamo sorpreso a struggersi nell’ascolto di Like a Rolling Stone di Bob Dylan)  e il lacerante rimpianto per una scintilla vitale ormai spenta, che lo farà esplodere in una pubblica confessione di fallimento, estremamente imbarazzante per gli ascoltatori e dai toni esasperatamente masochistici, quasi diremmo dostoevskiani.

Tre diversi volti, insomma, di una terza età in crisi, e che parrebbero avviati su strade ormai divergenti, di reciproca incomunicabilità e di rassegnata assuefazione alla solitudine dei sentimenti. Ma – ed ecco che torniamo alle considerazioni iniziali da cui abbiamo preso le mosse  –  la sceneggiatura del film (dovuta alla penna acuta, insieme amara e brillante, di Hanif Kureishi) a questo punto ha uno scarto e – dopo l’ennesima fuga della coppia dall’albergo di cui non possono pagare il conto – ci fa ritrovare i tre amici insieme in un bistrot, accomunati da una solidarietà travalicante il razionale, impegnati a ballare lo stesso balletto interpretato da Anna Karina, Claude Brasseur e Sami Frey nella scena di Bande à part già vista in TV

Non certo un happy end, ma un finale aperto, nel quale il regista (Roger Michell, il cui più celebre film è Notting Hill) recupera con l’ottimismo della volontà l’energia di quegli anni ’60, tanto gravidi di speranza – anche per il cinema – e invita a ritrovare la gioia di vivere pure nei momenti più bui. Non un finale consolatorio, ripeto, patente è la contraddizione con l’ atmosfera  dolce-amara (con l’accento sul secondo termine) della pellicola, tuttavia la provocazione finale invita a ricordare, più che il molto amaro, il poco dolce del  film e della vita.

Roma, 16 luglio 2014

 

ROBERTO MARCUCCI

 

 

 

 

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