ROMEO E GIULIETTA Di William Shakespeare


Regia di Gigi Proietti    Interpreti principali: Mimosa Campironi (Giulietta) Matteo Vignati (Romeo) Fausto Cabra (Mercuzio) Francesca Ciocchetti (Balia) Gianluigi Fogacci (frate Lorenzo) Martino Duane (Capuleti) Matteo Milani (Tebaldo) Lorena Piedimonte (Donna Capuleti)    Traduzione di Angelo Dallagiacoma        presso Globe Theatre di Roma da 8 luglio a 3 agosto 2014

Si suole classificare Romeo e Giulietta fra le tragedie di Shakespeare, giustamente per via della morte dei protagonisti, e tuttavia nulla – agli occhi di chi già non fosse al corrente della trama e del suo infelice sviluppo – ne farebbe presagire l’esito infausto fino a oltre metà della storia. Il fatto è che, solo per un infelice concatenarsi di circostanze fortuite, quella che avrebbe potuto essere una commedia di riconciliazione e perdono e che, possiamo supporre, lo sarebbe stato per Shakespeare all’epoca dei romances di fine carriera – basti pensare a La Tempesta o al Racconto d’inverno – solo per un insieme di casi sfortunati, dicevamo, una potenzialmente felice storia d’amore si trasforma in una disperata tragedia. Così l’irrazionale fatalità della morte dei due amanti, a patente contrasto con la possibilità del “vissero felici e contenti”, rende la storia di Giulietta e Romeo la quintessenza di tutte le successive tragedie romantiche segnate da un  Fato Crudele.

Considerazioni siffatte non presiedono, in genere, a molte messinscene tradizionali dell’opera, le quali puntano quasi da subito a un clima di alta tensione drammatica, a un’atmosfera di esasperato lirismo (ricordiamo passate esibizioni di struggenti Romei presi molto sul serio da attore e regia  già a cominciare dai sospiri di matrice petrarchesca per l’amore non corrisposto di Rosalina, giustamente oggetto di osservazioni ironiche da parte dei suoi compagni): la tragedia, insomma,  fin dall’inizio è dichiaratamente incombente. Così come ci è capitato di assistere a “scene del balcone” vibranti di un tragico pathos, come già presaghe di un destino fatale. È vero, ad annuvolare l’idillio incipiente sta la maledizione dei nomi nemici, ma l’esaltazione dell’innamoramento, nella scena, fa aggio su tutto il resto. E in fondo, più avanti nel dramma, anche l’angoscia della partenza all’alba dopo la notte d’amore appare comunque edulcorata dalla prospettiva del futuro  ricongiungimento grazie ai buoni uffici di Frate Lorenzo.

Che poi l’inimicizia delle famiglie sia prossima a giungere a una riconciliazione, lo capiamo dalle parole, dagli atteggiamenti iniziali dei capi famiglia Montecchi e Capuleti. Sono le teste calde dei giovani che alimentano ancora la controversia, per essi, più che una faida di sangue veramente sentita, un puro pretesto di sfogo per la loro prorompente vitalità, l’analogo di quello che oggi sarebbe lo scontro fra tifoserie avversarie.

Ecco, proprio a partire da questa analogia direi che si muove l’approccio – per fortuna del tutto diverso da quelli delineati più sopra –  con cui Proietti affronta il dramma dei due amanti veronesi. In apertura di sipario – si fa per dire, naturalmente: la rappresentazione si svolge al teatro shakespeariano del Globe, non esisteva sipario a quei tempi, così come non esisteva la  divisione in atti e scene – in apertura di sipario, dunque, irrompono  successivamente sulla scena due scatenate  bande di scapestrati ragazzi in abiti contemporanei, dai  jeans agli sneakers. Che il dramma si presti a simili trasposizioni già lo sappiamo, a tutti noti è l’esperienza di West Side Story, più recentemente ricordiamo l’ambientazione pop-rock di Luhrmann con Di Caprio protagonista Qui il linguaggio adottato è particolarmente immediato, con accentuazioni fin troppo moderniste qua e là, rese comunque efficaci e accettabili dall’agile e sperimentata traduzione di Angelo Dallagiacoma.

Dopo il fulminante inizio la rappresentazione corre veloce e ritmata, pervasa da un vitalismo gioioso poco indulgente alle pause, mentre la vitalità odierna dei ragazzi in apertura di spettacolo viene sempre più equiparandosi a quella del mondo rinascimentale – un mondo ancora giovane, proiettato con fiducia verso il futuro – al quale veniamo ricondotti per successivi, graduali passaggi nel corso della rappresentazione, a partire dalla festa in casa Capuleti. Il passaggio agli abiti d’epoca si rivela necessario, dovendo comunque la recitazione e l’ambientazione fare i conti colla ricchezza poetica del verso shakespeariano, qui a tratti ancora impregnato dello stile eufuistico in voga, e con la realtà dei duelli di cappa e spada, figurativamente poco assimilabili alle risse dei nostri ultrà.

Ciò non toglie che, una volta imboccata la propria strada interpretativa, la regia di Proietti la percorra con decisione e consequenzialità, anche a costo di trascurare a volte gli elementi di più acceso lirismo che caratterizzano il testo. Ma è questo il rischio spesso ineludibile  cui vanno incontro le rappresentazioni dei grandi drammi di Shakespeare, microcosmi in sé compiuti e insieme aperti a una pluralità di interpretazioni.  Qui, l’avere spinto nella direzione di un vitalismo brillante e grintoso preclude la possibilità di rendere piena giustizia alle pause di sublime lirismo del verso shakespeariano. Forse non è resa a sufficienza la temperie drammatica di questo amore che potrebbe dirsi sopraffatto dal’intensità del suo stesso idealismo. Quell’intensità al limite del sopportabile che ha fatto del dramma l’indiscusso simbolo dell’amore romantico nella letteratura occidentale.

D’altra parte, all’interno di questa rappresentazione, trovano migliore ricetto le parti comiche e brillanti, assai numerose nell’opera e in altre messinscene a volte soffocate o stridenti con la generale atmosfera. Non bisogna dimenticare che in questa tragedia, assai pronunciata è la controparte linguistica  – si pensi a Mercuzio e alla Balia, ma non solo ad essi – antitetica al lirismo degli amanti e alla retorica dei personaggi più anziani, e che la celebrazione dell’amore più puro si accompagna alle sottolineature più oscene dell’essenza carnale dell’amore. Bene ha fatto, a nostro avviso,  la regia a non nasconderle, anzi a volte a esaltarle.

Aggiungerei che, nella rappresentazione al Globe, la figura di Giulietta – come è giusto che sia, in conformità col  ritratto che ce ne dà Shakespeare – appare maggiormente consapevole degli aspetti pratici e carnali dell’Eros, molto più sensualmente coinvolta del petrarcheggiante Romeo. Più che ogni altro personaggio del dramma la giovinetta ci appare una figura contemporanea, la cui  sofferenza potrebbe davvero essere quella di una adolescente di oggi. L’ira del padre nei confronti di lei, del resto,  non tanto è scatenata dall’essersi Giulietta innamorata del figlio del nemico avito, quanto dalla disobbedienza nei propri confronti, dal rifiuto  di accettare il marito stabilito dall’autorità paterna. Ecco, nell’assistere allo spettacolo e all’intensa interpretazione della Giulietta di Mimosa Campironi, ci è balenata la contemporanea associazione con quelle figlie trucidate dai padri per essersi ribellate al volere della famiglia  e del clan.

Ci resta da dire della compagine recitativa nel suo complesso. Quasi tutti molto giovani, fatalmente scontano a tratti l’acerbità della loro esperienza, ma nell’insieme non si avvertono stonature: la sapiente cornice, anche coreografica e luministica, (l’ottimo disegno luci è firmato da Umile Vainieri) orchestrata dalla regia amalgama abilmente difetti e pregi, tra i quali ultimi, oltre alla già citata Giulietta, ci piace citare la spassosa Balia di Francesca Ciocchetti e l’arguto Mercuzio di Franco Cabra.

 

2 agosto 2014

 

ROBERTO MARCUCCI

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