SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE


Regia di Riccardo Cavallo    Interpreti principali: Gerolamo Alchieri (Bottom) Marco Simeoli (Quince) Carlo Ragone (Oberon) Claudia Balboni (Titania) Federica Bern (Elena) Valentina Marziali (Ermia) Fabio Grossi (Tebaldo) Sebastiano Colla (Demetrio) Daniele Grassetti (Lisandro) Roberto Della Casa (Snug)    Traduzione di Simonetta Traversetti        presso Globe Theatre di Roma da 6 agosto a 17 agosto 2014

 

Al termine della rappresentazione del Sogno, il regista Riccardo Cavallo – morto lo scorso anno e del quale il Silvano Toti Globe Theatre di Roma ripropone con successo per l’ottava stagione consecutiva la versione scenica del capolavoro shakespeariano – inserisce, recitate da una voce fuori campo, alcune citazioni da altre opere del Bardo: dalla Tempesta “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni…”  e – meno prevedibile – dal Macbeth “la vita non è che un’ombra che passa, un povero attore che si affanna sul palcoscenico…”

Ci sembra lecito, dunque, dedurne che sia questa la chiave di lettura che la regia vorrebbe suggerirci della messinscena cui abbiamo appena assistito. Beh, in parte è senz’altro vero. La consistenza onirica degli avvenimenti è del resto già annunciata nel titolo e, quanto all’agitarsi in scena degli attori, ne abbiamo visto un bel po’ durante tutto l’arco della rappresentazione. Resta il fatto che le parole di Macbeth – citate per intero in finale – parlano anche del “racconto di un idiota, pieno di urla e furore” e rinviano ad un clima di delirio e brutalità che a tratti, effettivamente, balena nel testo di Shakespeare, ma di cui, va detto, quasi non troviamo traccia nello spettacolo, il quale ignora quell’erotismo bestiale e quella violenza da incubo che, dopo il saggio di Jan Kott, ci siamo abituati a immaginare intrecciati alle parti fantastiche e comiche del Sogno di una notte di mezza estate.

In effetti, preoccupazione primaria della regia è stata quella di calcare sulla parte farsesca dello spettacolo, e non solo nelle zone tradizionalmente ad essa riservate, ossia le velleitarie prodezze degli attori dilettanti e gli scontri-incontri tra gli innamorati.

 

Così, nell’attrazione grottesca di Titania per il mostruoso Bottom in veste d’asino, la recitazione accentua le tinte comico-farsesche mentre i possibili sottintesi psicanalitici dell’eros e del desiderio non sono minimamente sfiorati. E l’incombente violenza di una legge che impone la morte per la figlia renitente ai voleri del padre, motivandone la fuga nella foresta, non viene presa molto sul serio, niente più che una routine imbarazzante da sbrigare al più presto.

Sono tutte scelte legittime, sappiamo che la polivalenza di Shakespeare non è facile da tradurre in un singolo spettacolo, interpretare è spesso tradire (citando Peter Brook, cosa ardua è cogliere la relazione tra  ciò che è nelle parole e quello che è tra le parole), non di meno appare quanto meno incongrua la citazione finale di cui sopra.  Incongruenza marginale, ammettiamolo pure, nell’economia dello spettacolo, ma che vale, secondo noi,  a metterne in luce pregi e difetti.

Ove la recitazione esagitata e farsesca scaturisce naturalmente dal testo, il risultato è estremamente godibile. Così va detto del gruppo degli artigiani improvvisatisi attori – affiatati e ben caratterizzati anche nelle parti minori – così come dei quattro giovani amanti, dotati di una rimarchevole esuberanza recitativa (convincente forse più nelle donne che negli uomini; ma probabilmente la colpa è dei ruoli, notoriamente nel Sogno quelli maschili sono più anonimi e tra loro interscambiabili rispetto ai ruoli femminili)

Meno risolta appare invece la parte realistica alla corte di Teseo e di Ippolita, abbastanza opaca e generica (come d’altra parte è quasi sempre nelle messinscene del Sogno), ma soprattutto quella fantastica del mondo degli elfi e delle fate.

 

Di Titania abbiamo già detto: nella prima parte appare autorevole e convincente nel suo ruolo di Regina delle Fate, nella seconda, piuttosto che in amante infoiata di un mostro, si trasforma in una macchietta comica sulla medesima onda di Peter Quince e compagni.

Oberon è un Sovrano degli Elfi di scarsa personalità, poco distinguibile dall’omologo mondano Teseo. Vero che in molte messinscene i ruoli della coppia fatata e della coppia reale sono affidati alla stessa coppia di attori, ma stavolta non è così, perciò si vorrebbe notare la differenza.

 

Puck, penalizzato da un fisico poco incline alla “velocità di saetta” assegnata al suo ruolo da Shakespeare e dalla tradizione, vorrebbe forse – nelle intenzioni registiche – impersonare piuttosto un personaggio diabolico, un Arlecchino delle origini a capo di una “masnada infernale”. Il fatto è che qui è proprio la “masnada” – infernale o quant’altro – che manca, il corteggio delle fate essendo ridotto ad un unico personaggio, e per di più con poco da fare, essendo eliminato il rapporto ludico delle fate con Bottom.

Praticamente, la resa dell’ambientazione da féerie fantastica viene affidata alla trovata della selva di gabbiette luminescenti pendenti dall’alto (trovata gradevole ma un po’ ingombrante da mantenere sino alla fine, e viene da chiedersi se non sarebbe più coerente, visto che siamo al Globe, evitare accorgimenti illusionistici impraticabili all’epoca) nonché all’uso delle musiche di scena che, pur non essendo per fortuna quelle stucchevolmente romantiche di Mendelssohn, sono pur sempre lirico-ottocentesche, spaziando da Bellini a Donizetti, da Verdi a Puccini, e suppliscono gratuitamente alla mancanza di una soluzione interpretativa e figurativa adeguata per l’atmosfera incantata del bosco.

In conclusione, uno spettacolo riuscito a metà, secondo il nostro metro di giudizio, ma che suscita un’adesione entusiasta da parte della maggioranza del pubblico, il quale evidentemente si attiene a un metro di giudizio diverso dal nostro, e non è escluso che la ragione, alla fine, alberghi dalla sua parte.

 

17 agosto 2014

 

ROBERTO MARCUCCI

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